Nel caso Darfur cambia di nuovo la posizione, già comunque grave, del presidente sudanese Omar Hassan al- Bashir.
In primo grado infatti era stato assolto dalla possibilità di accusa per genocidio ed era stato dichiarato il non luogo a procedere per insufficienza di prove ma in grado di appello il Tribunale penale internazionale dell’Aja (Cpi) ha annullato questa decisione reintroducendo quindi la possibilità di questa incriminazione.
Accolto quindi il ricorso in appello del Procuratore Generale Luis Moreno Ocampo secondo cui Bashir avrebbe avuto un ruolo attivo nello sterminio sanguinoso delle popolazioni Fur, Zaghawa e Masalit, nella regione del Darfur.
Una guerra che non si è ancora conclusa e che continua ad aggiungere vittime ai già 300.000 morti registrati.
Il reato di genocidio potrebbe quindi ora essere aggiunto ai sette capi di accusa che includono crimini gravissimi dall’omicidio alla tortura, dallo stupro ai crimini di guerra e contro l’umanità.
Bashir continua a sostenere la sua innocenza e a ritenersi vittima di un complotto da parte dell’Occidente tanto che il suo Governo ha rifiutato di collaborare in qualsiasi modo.
Il Governo dichiara infatti di non riconoscere il Tribunale dell’Aja perché il Sudan non era tra gli Stati che hanno firmato il Trattato di Roma che istituì la Corte Internazionale.
Dalla parte di Bashir si sono apertamente schierati anche l’Unione Africana e la Lega Araba: la prima ha infatti firmato un trattato per cui i mandati di cattura internazionale non sono validi in territorio africano.
Non si vuole riconoscere uno “strumento occidentale che aiuta gli occidentali”: è innegabile l’interesse di USA e Israele per i giacimenti di petrolio del Sudan e proprio il caso di Israele (e l’operazione “Piombo Fuso” in Palestina) viene messo in risalto per evidenziare i doppi fini di certe decisioni.
La sentenza riapre quindi le porte all’incriminazione per genocidio anche se questo non avverrà in maniera automatica perché per ora vuol dire solo che i giudici riesamineranno il caso alla luce delle nuove prove.
Si tratta quindi prima di tutto di una questione di diritto processuale e di una richiesta di rivalutazione del procedimento svoltosi in primo grado.
Si temono anche nuove rivolte in Darfur dove quasi 5 milioni di persone dipendono ormai dagli aiuti internazionali, a seguito di una guerra massacrante che si protrae da ben sei anni.
Se l’accusa dovesse essere accolta Bashir passerebbe alla storia come il primo capo di stato ad essere accusato in carica di questo reato.
E’ innegabile d’altro canto che questo tempismo sia quanto meno sospetto: proprio ad Aprile sono previste le elezioni e proprio in questi giorni a Qatar sono in corso i colloqui di pace con gli esponenti dei ribelli in Darfur.
Un’altra scossa destabilizzante per un Paese che attraversa già una decisione difficile.
E’ una situazione veramente delicata: Non ci si può schierare a favore delle guerre MAI ma gli interventi “umanitari” che nascondono, neanche troppo velatamente, un doppio fine non possono mai portare a nulla di buono.
Le popolazioni distrutte vanno aiutate a riemergere con le proprie forze e non manovrate come burattini con i fili della fame e della disperazione perché in questo modo smettono definitivamente di essere libere.
